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Non ne va bene una. Eppure resisto.
Aspettavo di scrivere questo episodio di Diario creativo nel momento in cui avrei avuto un lieto fine da raccontare. Ma il lieto fine non è ancora arrivato e allora scrivo lo stesso. È un periodo in cui sto bussando a molte porte per far crescere il mio lavoro in quantità e qualità. Peccato che queste porte per ora siano ermeticamente chiuse. Qualcuno apre solo per dire no. Qualcuno non risponde nemmeno. È difficile stare in questi momenti. Ed è difficile raccontarli mentre ci si è dentro. Questo Diario creativo è l'occasione giusta per provare a farlo.
Premetto che questo episodio è ispirato a una newsletter, quella dell'illustratrice Roberta Ragona, che nell'ultimo post su Substack ragionava di come facciamo fatica a raccontare i no e di come la narrazione sia spesso spostata su un finale positivo. Della serie: ho preso tante porte in faccia ma ne è valsa la pena perché alla fine ecco dove sono arrivata. La realtà però è che a volte non si arriva da nessuna parte. Si sta nel presente dei no – quelli detti e quelli solo intuiti. Ed è giusto dire che è così.
Quando ho chiesto su instagram a amiche e colleghe come prendono i no sul lavoro sono arrivate parecchie risposte. Le divido in due macro gruppi: il no arriva ma io non ci sto a pensare perché sono già proiettata a fare altro. Oppure il no arriva e pesa come un giudizio su di me e non solo sul progetto o il portfolio inviato. Fa male e delude. Sto in questo dolore e piano piano aspetto che passi.
Anni fa avrei detto che io facevo parte del secondo gruppo. Ero l'esempio perfetto di chi prende sul personale ogni critica arrivata sul lavoro. Ci sono voluti anni di analisi su me stessa per far sì che questo non accadesse più. Riuscire a staccarsi da quello che si fa. Non identificarsi al 100% con il lavoro – se alziamo gli occhi c'è una vita intera di legami, esperienze, scoperte che va al di là dell'approvazione ricevuta dal punto di vista professionale. Però capisco perfettamente che un giudizio negativo, una mancata selezione ad un concorso, un portfolio inviato che non riceve risposta né proposte di collaborazione possa rovinarci la giornata. Alla fine il lavoro paga da vivere e senza dei riscontri positivi è difficile godersi anche il resto.
Però, nel tempo, mi sono allenata per entrare a far parte del primo gruppo, di quelli che, sintetizzo, sono troppo impegnati per pensarci. Senza che questo degeneri in un'agenda fittissima di impegni che fatichiamo a seguire, il senso di questo approccio è quello di non concentrare ogni speranza su un unico feedback e darsi da fare a prescindere. Che sia dedicandosi a un progetto nuovo, o cercando altre vie per lavorare o per avere contatti migliori. Stare fermi, se significa passare le ore a arrabbiarsi o incolparsi di ciò che si può aver sbagliato è deleterio. Tenersi attivi aiuta. Aiuta a superare lo sconforto – che c'è e c'è per tutti – e a ridimensionarlo. E aiuta a perché solo facendo si può crescere e andare avanti.
Ti dico per esempio cosa sto facendo io dopo aver trovato diverse porte chiuse.
Ho colto l'occasione per finire un progetto personale, un piccolo libro che è online da oggi sul mio sito e si intitola: Un libro per guarire, 10 motivi disegnati per stare meglio.
Ho chiesto di persona – non su instagram, non via mail, ma faccia a faccia – un feedback sincero sul mio lavoro a un professionista del settore di cui ho fiducia. Spoiler: ne è nata una risposta estremamente costruttiva e una prova per un lavoro a cui altrimenti non avrei mai potuto accedere. Parlare, incontrare per fortuna serve ancora.
Ho rivisto il modo in cui racconto quello che faccio sul mio sito e ho capito che mi sto perdendo delle opportunità per il semplice fatto che non ne parlo da nessuna parte.
Ho riguardato tutto il lavoro creato finora – dalle magliette ricamate a mano alle ultime illustrazioni – e ho capito che ho fatto tantissimo e non me ne ero resa conto. Mi è tornata voglia di riprendere in mano progetti che avevo lasciato per mancanza di energia e valorizzarli come meritano. A volte non abbiamo bisogno di correre sempre avanti, curare quello che abbiamo già può essere un'ottima alternativa.
Ecco, non volevo trasformare questa puntata nei consigli per superare un no, ma la voglia di non restare incagliata e di continuare a fare quello che mi piace è effettivamente più forte.
Non pensare che nel mezzo non ci siano state giornate pessime, giornate confuse in cui non capivo bene neanche io perché mi ero messa alla scrivania, giornate in cui ho guardato con invidia l'impiegato del meccanico sotto casa o la persona che lavora in cassa al supermercato dove vado quasi ogni giorno. Anch'io a volte vorrei un lavoro che non devo reinventare in continuazione, che posso dimenticare appena arriva l'orario per andare a prendere il bambino al nido.
Poi però ho ritrovato chiarezza e energia. E restare e resistere ha ripreso ad avere più senso rispetto a mollare.
Ciao sono Cinzia.
Sono un’illustratrice. Disegno e ricamo per raccontare i concetti in modo semplice.
In questo spazio trovi le mie illustrazioni e i corsi dove ti accompagno alla riscoperta del piacere di tracciare i tuoi segni su un foglio.
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